Fiaba ai tempi del coronavirus

C’era una volta in un terra lontana, un popolo di strane creature. Erano figli della terra e del cielo, si nutrivano dei frutti della terra e non potevano morire perché erano fatti dello spirito dell’aria. Quando esaurivano le loro energie ognuno trovava posto tra gli avi e tra le creature della terra e del cielo che aveva amato, per poi ritornare a vivere ancora e ancora.
Sulle ali di un vento rapido e sinistro giunse un giorno in quella terra lontana una mosca del sonno, recando tra gli abitanti la notizia che un virus si era insinuato tra loro già da tempo e non visto infestava la terra.
Allarmati gli abitanti si divisero in due fazioni, la fazione del sole rosso capeggiata da un essere energico, famoso per le sue imprese e la fazione bianca, della dama delle acque, calma custode delle tradizioni.
Riunitisi a consiglio nel bosco per trenta giorni e trenta notti con il fine di decidere cosa fare, non erano ancora ancora arrivati a una soluzione quando tra il forte vociare della folla si fece largo non visto il ministro della terra, il serpente conoscitore, colui che come si diceva, era il solo in grado di cambiare restando sempre sé stesso.
Sconcertati e spaventati tutti si fermarono alla vista del figlio del Tempo, e percependo la sacralità del momento, si quietarono come fiamme bagnate dalla neve formando un cerchio intorno a lui.
“Ipnotizzati voi siete stati dalla mosca del sonno, è giunto quindi il mio momento, udirete ora il segreto del tempo: quando ciò che è fuori sarà dentro e ciò che è dentro tornerà al cielo, nella terra tornerà a regnare l’ordine, questa è la legge del tempo.
Così parlò, e il fuoco si spense, congelando l’ipnotica danza del serpente che aveva rapito la loro attenzione in una statua di sale. Quando tutti si destarono e videro al centro la statua, non ebbero il tempo di riaversi che la mosca, che aveva visto tutto, con favella sibillina comparve all’improvviso e denunciò l’accaduto come la prova che il virus era tra loro, che mentre erano assorti il loro maestro era stato ucciso dal virus, che lo aveva fatto impazzire, trasformandolo in una statua non prima di averlo fatto danzare delirando davanti al fuoco.
Fu così che nel freddo e nel buio tornarono alle loro case seguendo i dettami della mosca, giacchè era stata l’unica testimone dell’accaduto.
Non passò molto tempo che, ogni volta che una noce cadeva a terra o che una crisalide mostrava il suo fragile guscio vuoto in terra, il fenomeno venisse usato dalla mosca e dai suoi primi sostenitori come un segno di quanto era accaduto al serpente quella notte davanti al fuoco e che il virus stava infestando la terra.
Vennero istituiti tribunali al posto dei consigli nel bosco, e da quel giorno, i giovani trovati ad amarsi lì furono banditi perché infettati dal virus che li aveva resi folli, adepti di un antico culto demoniaco, adoratori del virus, dal momento che nella passione venivano rapiti da parole e da serpentini movimenti.
Il tempo passava e l’amore se ne andava. Ciò che restava dei gesti degli amanti erano foglie secche posate l’una sopra l’altra che si spezzavano portando un brivido, un sussurro che veniva subito rapito dal vento nel bosco.
Le nubi si addensavano, e la mosca dall’alto volava in lungo e in largo lamentando le pazzie che vedeva avvenire nei boschi, testimone di foglie secche spezzate, di gusci vuoti, triste fine di chi s’era acceso di rosso o si era bagnato di bianco. I due capi delle antiche fazioni vennero allontanati, poiché il loro spirito non si sposava alla nuova legge.
Tutti si inchinarono alla mosca del sonno, che grazie all’altezza della sua visione aveva fatto sì che chi manifestava i segni della pazzia del serpente venisse allontanato, stessa sorte era riservata al corpo vuoto di chi moriva, senza essere visto o celebrato, salvando in questo modo chi era puro, e nella rigida osservanza della legge elessero la mosca come figlia del cielo, spirito nobile che aveva portato la vita nel caos del tempo mortale del virus.
Nel tempo in cui la legge e il buon senso chiedeva agli esseri di recintare laghi, tracciare confini, spegnere le luci e chiudersi in grotte o ripari ombrosi, i due capi fazione vennero chiamati in terra figli del diavolo, ritenuti ora adoratori di oscuri segreti, e si narrava uscissero dalle loro tane di notte per intrecciarsi e aggrovigliarsi in un cerchio senza sosta, tra scosse e sussulti, portatori del virus e di un antico culto, i due dormivano nei prati sotto le stelle e si bagnavano nei laghi. La follia portò loro Amore. Fu allora tempo del ritorno, e oltrepassando non visti grazie ai segreti della terra le fredde terre natie, convocavano i loro vecchi compagni, ora più simili a lapidi senza iscrizioni, o vuote casse di legno in attesa di essere soffocate dalla terra, di radunarsi alla statua di sale.
Un fascio della luna piena illuminava la statua di sale mentre gli esseri radunati intorno formavano un nuovo cerchio. I due capi delle fazioni opposte, spogliandosi ritualmente delle loro vesti come i serpenti della vecchia pelle mostrarono le loro nudità, si posero l’uno di fronte all’altro dinanzi alla statua ricordando a tutti la loro tenera ma calda caducità. Non foglie secche ma fiori dischiusi, non gusci vuoti ma dolci frutti, non crisalidi ma farfalle, i due officianti degli antichi misteri svelavano ciò che serviva per accadere oltre la morte. Amore.
Il raggio di un sole rosso penetrava nella trasparente ed accogliente presenza della dama, e come acqua la coscienza di ogni essere iniziava a ribollire.
Mentre la luce penetrava negli occhi e nella mente di chi era presente, la fusione tra i due elementi faceva lentamente sciogliere la statua, e con un rapido soffio lo spirito del maestro spirò serpeggiando fino al cielo. L’attenzione sospesa del popolo alla vista della sacralità del serpente alato caricò l’aria di elettricità, e con un tuono la sagoma di un fulmine serpentino bruciò la mosca del sonno, scolpendo in un eterno istante d’amore la forma del serpente luminoso nel cielo.
Si risvegliarono uno ad uno, con la ritrovata consapevolezza che ciò che temevano essere fuori di loro era dentro, un potere antico come la terra, che non temeva la morte, ma che al contrario se ne serviva per celebrare eternamente sé stesso, la vita.
E mentre lasciavano il cerchio dirigendosi nel centro ora vuoto della statua del maestro, sopra di loro una nuova costellazione a forma di serpente si stampava nella volta celeste. Le gocce di rugiada sotto i loro piedi ricordavano loro che era ora di danzare e una voce calda e antica cantava per loro:
“quando l’uno diverrà due e i due diverranno uno tornerà il figlio del tempo. Quando la memoria sposerà l’azione, e i figli del diavolo dinanzi a me danzeranno mi libererò. Quando il figlio della terra si unirà al cielo ciò che sale scenderà e sarà il tempo dei figli. A voi che nel divenire del tempo non siete mutati, dono il segreto della terra”.
Fine.
Giovanni Maccagnan